Pane al pane, vino al vino, perché «a 75 anni suonati e da cittadino che si appresta a lasciare questo mondo, non ho bisogno di leccare le chiappe a nessuno, ma sento il dovere morale verso me stesso di ripercorrere mentalmente la mia esperienza con il senno del poi».
Ad Antonio Di Pietro, l’uomo venuto da Montenero di Bisaccia, figlio di contadini diventato avvocato e pm più noto d’Italia, simbolo dell’inchiesta di Mani pulite, fondatore dell’Italia dei Valori, ministro, esperto di trattori e molte altre cose ancora, non ha mai fatto difetto la schiettezza, quel modo di parlare ruspante che conquista la gente. La prova è stata giovedì al teatro Franco Parenti di Milano, ospite della kermesse di Fratelli d’Italia per il Sì: pur collegato, con il faccione che sbucava dai maxi schermi sulla sala piena, Di Pietro ha spiegato perché bisogna essere favorevoli a questa riforma e lo ha detto citando Falcone e Borsellino e demolendo il processo sulla Trattativa Stato-mafia.
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Ha spiegato che non c’è motivo per il quale i magistrati dicano no a una riforma che «mi assicura non solo l’autonomia e l’indipendenza dal potere politico, ma mi libera al mio interno perché taglierà il cordone ombelicale con le correnti che oggi decidono cosa posso fare in futuro». Ha sentenziato: «Io mi attengo al testo e non al contesto perché i governi passano ma il testo costituzionale resta».







