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Occupare Kharg può essere decisivo. Ma c'è il rischio dei tempi e delle perdite
Ora la strategia è chiara. Dopo il bombardamento, nella serata di venerdì, delle difese aeree e terrestri di Kharg tutto sembra pronto per la conquista e l'occupazione del principale terminale petrolifero dell'Iran. Mentre i missili e bombe cadevano su quest'isolotto di 22 chilometri quadrati distruggendo bunker e postazioni di artiglieria il Pentagono ordinava a due navi del Gruppo Anfibio "Tripoli" e a 2300 uomini del 31mo Corpo di spedizione dei marines di lasciare le basi in Giappone per fare rotta verso il Golfo Persico.
Casa Bianca e Pentagono sembrano arrivati alla conclusione che la guerra non può essere vinta senza un intervento di terra capace di garantire una vittoria altamente simbolica. Dal punto di vista del simbolismo trumpiano la conquista di Kharg rappresenterebbe sicuramente la vittoria perfetta. Conquistandola il presidente Usa potrebbe affermare di aver messo in ginocchio l'economia iraniana visto che il suo terminal garantisce il 90 per cento delle esportazioni di greggio iraniano. Ma non solo. Chiudere i rubinetti di Kharg significa anche tagliare la vena giugulare da cui passa il 15 per cento delle importazioni cinesi di greggio. Insomma il controllo di quest'isolotto garantirebbe al presidente un altro successo in quella guerra per l'energia avviata in Venezuela con la cattura di Maduro e di sua moglie. Ma far sbarcare i marines sulle spiagge di Kharg e mettere gli scarponi sul terreno significa anche affrontare molte incognite. La prima è quella di subire ingenti perdite. La seconda, politicamente ancor più rischiosa, è ritrovarsi prigionieri di una di quelle guerre senza fine che Trump promette da sempre di voler evitare.






