Il relitto della Lng Arctic Metagaz, una petroliera di 277 metri carica di gas, olio pesante e gasolio, galleggia nel canale di Sicilia a circa 25 miglia nautiche da Linosa e 39 da Lampedusa. Dall’altroieri, i sistemi di tracciamento la segnalano praticamente nella stessa posizione, in zona Sar maltese.
La nave fa parte della Flotta ombra, il gruppo di petroliere utilizzate da Mosca per esportare petrolio nonostante le sanzioni internazionali. Sono vecchie, danno del “lei” alle assicurazioni, sono perlopiù registrate sotto bandiere di comodo e fanno di tutto per non dare nell’occhio. Ma non la Arctic Metagaz, che pare avanzare senza un’oscillazione, quasi contasse di raccontare che succede in quel quadrante del Mediterraneo, tra interessi russi e capacità ucraine, alleanze libiche ed esercitazioni Nato.
La petroliera al centro di una riunione convocata ieri da Palazzo Chigi tra la premier e i ministri di Esteri, Difesa, Ambiente e Protezione Civile, ha 23 anni, 5 nomi diversi sul curriculum di cui 4 negli ultimi 4 anni, per 8 volte ha cambiato armatore (ora è di proprietà di una società registrata in Liberia) e per 7 la bandiera, prima di conquistarsi il tricolore russo. Se ne sta inclinata di 30 gradi a dritta perché ha imbarcato acqua da uno squarcio sul lato sinistro, sopra la linea di galleggiamento. È alla deriva dalle prime ore del 3 marzo a causa di un’esplosione avvenuta a nord del Golfo di Sirte. I 30 membri dell’equipaggio, tutti russi, sono stati evacuati e trasportati in ospedale a Bengasi, due i gravi. Il giorno seguente il Cremlino ha diffuso una nota: «L’attacco è stato presumibilmente sferrato dalla costa libica da imbarcazioni ucraine senza equipaggio. Qualifichiamo l’accaduto come un atto di terrorismo internazionale».










