La relazione presentata al congresso di Magistratura Democratica che in queste ore si sta svolgendo a Roma offre uno spaccato molto chiaro di come una parte della magistratura continui a leggere il dibattito sulle riforme della giustizia: ogni tentativo di intervenire sull’ordinamento giudiziario verrebbe interpretato come un attacco all’indipendenza dei magistrati, mentre l’attuale maggioranza di governo sarebbe guidata da pulsioni populiste e da un uso strumentale del diritto penale.

È una narrazione che si ripete da anni. Il problema è che oggi appare sempre meno convincente, soprattutto perché evita accuratamente di confrontarsi con ciò che negli ultimi anni ha realmente incrinato la fiducia dei cittadini nella magistratura: il sistema delle correnti e il loro peso nella gestione del potere interno. Nella relazione si parla molto di “populismo penale”, di rischio di derive autoritarie, di clima politico ostile alla magistratura. Si arriva perfino a evocare la necessità di una sorta di “resistenza costituzionale”. Ma su ciò che nel 2019 ha scosso dalle fondamenta il sistema giudiziario cala una sorprendente reticenza.

Eppure è proprio da lì che dovrebbe partire qualsiasi riflessione seria sulla giustizia. In quei mesi l’opinione pubblica non ha scoperto solo la notte dello Champagne ma ciò che molti magistrati e operatori del diritto conoscevano da tempo: un sistema nel quale le correnti avevano assunto un ruolo determinante nella gestione delle nomine e negli equilibri del Consiglio Superiore della Magistratura.