CAMPAGNA LUPIA (VENEZIA) - «Da domani sapranno qualsiasi cosa che hai fatto, foto, filmati, tutto. Sei messa male. Succederà un casino che non hai idea: a sto punto io non ho niente da perdere».

Aveva minacciato di farle del male, ma anche di mettere in circolazione scatti e video intimi, un intero archivio di file compromettenti che mostravano la ragazza senza veli, immagini catturate quando stavano assieme o che lei aveva scelto di inviargli nel corso della loro relazione e che, quando il rapporto è finito, sono diventate la principale arma nelle mani dell'uomo. Non l'unica, comunque: il 50enne di origini albanesi in casa nascondeva anche una Beretta calibro nove con la matricola abrasa e due caricatori pieni.

Le minacce, in un primo momento, avevano persino funzionato: la 25enne aveva accettato di portare ancora avanti la loro storia, ma solo per un po'; poi lei si è allontanata di nuovo, lui ha alzato ulteriormente il tiro e, alla fine, sono intervenute le forze dell'ordine. Atti persecutori, ricettazione, porto abusivo d'armi da fuoco, tutti gli estremi perché si arrivasse anche al revenge porn. (la diffusione di materiale privato come forma di ritorsione).

La vicenda discussa ieri mattina davanti alla giudice Lea Acampora ha visto protagonisti un uomo di origini albanesi, classe 1975, residente a Campagna Lupia, e una mestrina del 2001, passata da fidanzata a ostaggio dell'uomo.