Roma, 13 mar. (askanews) – Nell’ambito del conflitto iraniano, la presenza militare straniera nel vicino Iraq è divenuta un punto focale. Gli attacchi con droni alla base italiana di Erbil, nel Kurdistan iracheno, senza vittime, e quello contro il contingente francese, che ha provocato la morte di un militare transalpino, pongono il tema della permanenza di contingenti internazionali all’interno del paese che è stato martoriato da decenni di guerre, rivolte interne, terrorismo.
La presenza militare straniera in Iraq nel 2026 si presenta molto diversificata rispetto agli anni della guerra aperta contro lo Stato islamico, ma resta significativa e articolata. Il quadro attuale è segnato da una progressiva riduzione della missione della coalizione internazionale guidata dagli Stati uniti, da un consolidamento della Nato Mission Iraq con compiti non-combat di advisory e capacity building, e dalla permanenza di alcuni dispositivi nazionali o bilaterali, a cominciare da quello turco nel nord del paese. A rendere complessa una ricostruzione precisa di questa presenza sono soprattutto due fattori: da un lato la sovrapposizione tra missioni diverse, dall’altro la riluttanza di diversi governi a pubblicare numeri aggiornati e puntuali sugli effettivi dispiegati sul terreno.











