Milano, 13 mar. (askanews) – A Negril si arriva alla fine dell’isola e si capisce subito perché tutti si fermano qui, su una striscia bianca che sembra non avere fine. È Seven Mile Beach.
È uno dei tratti di costa più lunghi dei Caraibi. Il nome promette sette miglia; la spiaggia corre in realtà per circa 6,5 chilometri di sabbia continua, acqua calma e palme basse che separano il mare dagli hotel.
Al mattino presto la scena è placida: pescatori che rientrano con le barche leggere, qualcuno che corre lungo la battigia, piccoli catamarani per gite sull’acqua limpida. Più tardi arrivano lettini, musica reggae, barche a vela e sci d’acqua all’orizzonte.
Per molti anni questa costa è rimasta ai margini del turismo. Fino agli anni Sessanta Negril era un villaggio di pescatori raggiungibile con fatica dal resto dell’isola. Proprio quell’isolamento attirò i primi viaggiatori stranieri.
Nei primi anni Settanta arrivano quasi insieme due cose: la strada asfaltata da Montego Bay e i primi backpacker americani ed europei. Gli uni attirano gli altri. Dormono in capanne di legno sulla sabbia, pagano pochi dollari, restano settimane, qualcuno mesi. La spiaggia diventa un avamposto informale della controcultura: reggae, tramonti lunghi, vita lenta. Poi arrivano gli hotel.






