Una giornata in Parlamento, dalla mattina al Senato alla sera alla Camera, per ribadire che l'Italia non prenderà parte all'intervento statunitense e israeliano in Iran, per una crisi "tra le più complesse degli ultimi decenni che impone di agire con serietà", e per assicurare che il governo non è "complice di decisioni altrui, né tantomeno isolato in Europa, né colpevole di conseguenze economiche che la crisi può avere su cittadini e imprese". Giorgia Meloni interviene per la prima volta dallo scoppiare della crisi davanti alle Camere sulla situazione in Medio Oriente. L'occasione sono le Comunicazioni in vista del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo, che segnano anche il tentativo di apertura al dialogo con le opposizioni. Al Senato, la premier, infatti, chiede "coesione", propone l'avvio di un "tavolo" allargato al centrosinistra sulle emergenze più attuali, e si spinge a proporre di votare - alla Camera, perché a Palazzo Madama non è possibile - parti delle risoluzioni presentate dalla minoranza. Ma l'apertura è accolta dal gelo dalle opposizioni, che la definiscono "tardiva", e la possibilità di dialogo dura mezza giornata, con la replica e le dichiarazioni di voto alla Camera che si trasformano in scambi di accuse reciproche tra la premier e i leader di Pd e M5s, Elly Schlein e Giuseppe Conte. "Non volete accogliere l'appello, avrete le vostre ragioni ma non vi trincerate questioni che non stanno né in cielo né in terra. Ditelo, lo rispetto - attacca Meloni - Comunque se cambiate idea la mia proposta resta valida".