Dietro la nuova stagione di tensioni tra Iran e Occidente spunta una figura meno appariscente dei leader religiosi ma decisiva nella strategia del regime. È Ali Larijani, oggi tra le voci più influenti della Repubblica islamica e protagonista della linea di resistenza a oltranza. Molti – come si legge su La Stampa - lo ricordano alla Munich Security Conference 2007. In quell’occasione il palco fu dominato dal discorso incendiario di Vladimir Putin contro l’espansione della NATO. Larijani, allora negoziatore sul nucleare iraniano, apparve quasi moderato: l’Iran, assicurava, non cercava armi atomiche ma solo energia civile, nel rispetto della fatwa della Guida suprema Ali Khamenei. Tuttavia ribadiva che Teheran non avrebbe rinunciato all’arricchimento dell’uranio.
Oggi lo scenario è cambiato. Dopo l’ascesa alla guida del Paese di Mojtaba Khamenei, Larijani è diventato uno dei portavoce più duri del regime. Ha salutato la nomina affermando che Israele e Stati Uniti sono “in uno stato di disperazione”. E mentre la nuova guida resta in silenzio, lui guida la retorica della mobilitazione. Nato nel 1957 a Najaf, figlio di un influente ayatollah, Larijani è un personaggio doppio: filosofo e politico, religioso e pragmatico. Ha studiato i filosofi occidentali come Immanuel Kant e Saul Kripke, ma allo stesso tempo ha combattuto nella guerra Iran-Iraq con gli Islamic Revolutionary Guard Corps.








