Non bastavano due guerre alle porte di casa, a Est il conflitto russo-ucraino, a Sud lo scontro tra Iran Stati Uniti e Israele. Non bastavano lo spettro di una devastante crisi energetica, l’impennata dei prezzi di gas e petrolio e nessuna vera politica comune per tenerli a bada, l’impatto sull’inflazione e lo schiaffo alla crescita economica in odore di stagflazione.

Ci voleva anche la guerra dentro casa, le solite divisioni politiche e geostrategiche tra i 27 Governi dell’Unione ma, peggio ancora, la crescente conflittualità tra le sue istituzioni comuni: invece che esserne garante e scudo di stabilità e credibilità oggi, paradossalmente, aggravano lo sfascio del modello di governance Ue, ne corrodono coerenza e convivenza costruttiva proprio quando l’ordine mondiale in pezzi imporrebbe di stringere le fila di un’Europa inerme.

Che è chiamata ad agire in fretta. Alcuni dei suoi governi per gruppi di volonterosi ci provano ma invece di collaborare le sue strutture comuni, Commissione, Consiglio, Alto rappresentante per la politica estera e Parlamento europeo paiono assorbite da lotte intestine surreali e un po’ patetiche.

«Si chiamano Viktor e Pedro i due maggiori problemi che ho di fronte» raccontano avrebbe detto, riferendosi all’ungherese Orban e allo spagnolo Sanchez, durante uno dei recenti incontri con i leader dell’Unione, Ursula von der Leyen, la presidente cui va sempre più stretto l’attuale abito istituzionale, lei che fin da quando l’ha indossato nel 2019 sognava di guidare una “Commissione geopolitica” e ora, a guerre scoppiate, di diventare il comandante in capo in un gabinetto di guerra. Tutte rintuzzate le sue aspirazioni.