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10 MARZO 2026
Ultimo aggiornamento: 15:46
Gli interessi strategici dell’Europa vengano prima del rispetto delle regole internazionali. Ursula von der Leyen parla come Donald Trump e apre un’altra spaccatura nella già instabile maggioranza centrista al Parlamento europeo. Una maggioranza che da diversi mesi mostra uno spostamento sempre più a destra, come voluto da un’ampia fetta del Partito Popolare Europeo, tanto da essere stata ribattezzata ‘maggioranza Giorgia‘. E anche questa volta le dichiarazioni della presidente della Commissione provocano la reazione non solo della famiglia socialista, ma anche dei vertici di altre istituzioni Ue e membri della stessa Commissione, come il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, e la commissaria per la Transizione pulita, giusta e competitiva, Teresa Ribera.
Le ultime uscite dell’ex ministra tedesca sul conflitto in Iran le avevano già attirato critiche, come successo sia per l’Ucraina che per Gaza. Non spetta a lei, hanno ribadito i critici, dettare la linea dell’Ue in politica estera che rimane invece di competenza dell’Alto rappresentante Kaja Kallas e del Consiglio Ue. Non a caso, è proprio Costa a prendere una posizione diversa dalla capa del Berlaymont: “Dobbiamo difendere l’ordine internazionale basato sulle regole. Dobbiamo sostenere i principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite, come delineato nei nostri Trattati. Le violazioni del diritto internazionale non devono essere accettate, che si tratti di Ucraina, Groenlandia, America Latina, Africa, Gaza o Medio Oriente. Le violazioni dei diritti umani non devono essere tollerate, che si tratti di Iran, Sudan o Afghanistan“, ha dichiarato l’ex primo ministro portoghese. Una risposta chiara alle parole di von der Leyen che, parlando agli ambasciatori dell’Ue lunedì, aveva detto che l’Europa “non può più essere la custode del vecchio ordine mondiale” e ha bisogno di “una politica estera più realistica e orientata agli interessi“: “Dobbiamo riflettere urgentemente se la nostra dottrina, le nostre istituzioni e il nostro processo decisionale, tutti concepiti in un mondo postbellico di stabilità e multilateralismo, abbiano tenuto il passo con la velocità del cambiamento che ci circonda. Se il sistema che abbiamo costruito, con tutti i suoi tentativi, benintenzionati, di consenso e compromesso, sia più un aiuto o un ostacolo alla nostra credibilità come attore geopolitico”.











