Il governo ha deciso di aspettare. Il Consiglio dei ministri di ieri non è intervenuto con un decreto sulle “accise mobili” per ridurre il prezzo della benzina, né l’esecutivo ha presentato emendamenti al decreto bollette all’esame della commissione Attività produttive della Camera. «Il monitoraggio sui carburanti e sull’inflazione è quotidiano», assicurano fonti di governo, ma prima di agire è necessario capire qual è il momento più opportuno anche in base all’orizzonte del conflitto con l’Iran. L’ipotesi circolata nei giorni scorsi di ridurre temporaneamente le accise sui carburanti, con l’extragettito Iva generato dalla risalita dei prezzi, non ha convinto il Mef. Infatti, ci si è resi conto che questo meccanismo non garantisce uno sconto incisivo per i consumatori. Se si prende l’aumento del gasolio di questi ultimi giorni, che viaggia sui 27 centesimi al litro, si avrebbe uno sconto di meno di 6 centesimi perché, appunto, l’aliquota del 22% di Iva andrebbe sottratta all’incremento di questi 27 centesimi.
Quando Mario Draghi utilizzò le accise mobili per contenere l’impatto dei rincari energetici, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, riuscì ad abbassare il prezzo alla pompa di oltre 30 centesimi, ma quel taglio fu finanziato dall’extragettito Iva su tutti i beni. Draghi spese sette miliardi di euro per contenere la spirale dei prezzi, risorse che Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti oggi non hanno. Nel bilancio non ci sono soldi. Perciò il governo si è preso ancora del tempo prima di scegliere quale strada prendere. Al cdm di ieri Meloni era assente, non per non mettere la faccia sullo stop al decreto anti-speculazione – garantisce chi le sta accanto – ma una scelta di agenda: la premier preferisce dedicare la giornata alla limatura del discorso che oggi terrà prima al Senato e poi alla Camera, alla vigilia del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo e per informare il Parlamento sugli sviluppi del conflitto in Iran. Il filo del ragionamento dovrebbe ricalcare l’equilibrio delicato già emerso negli ultimi giorni, soprattutto nei confronti di Washington: l’Italia non si allinea all’operazione militare ma evita lo strappo politico. La formula che circola a Palazzo Chigi resta «non condivido né condanno».













