Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano
Ultimo aggiornamento: 20:25
Dal 28 febbraio gli eserciti di Stati Uniti e Israele bombardano in maniera coordinata l’Iran. Le operazioni – “Roaring Lion” per Tel Aviv e “Epic Fury” per Washington – sono state giustificate da Donald Trump e Benjamin Netanyahu con la necessità di eliminare una minaccia nucleare e ridurre l’influenza regionale di Teheran. Ma i due combattono due guerre diverse perché dietro l’alleanza si muovono due strategie politiche dettate dalle priorità interne dei leader: se il premier israeliano ha tutto l’interesse a una campagna militare lunga, al tycoon conviene che il conflitto finisca quanto prima.
Per Israele l’Iran è il grande Moloch che dal 1979 minaccia la sua sopravvivenza. Tel Aviv vede la mano di Teheran dietro alle stragi del 7 ottobre ed è accerchiata dai suoi ultimi proxy rimasti nella regione dopo la dispersione di Hamas a Gaza e la caduta di Assad in Siria: Hezbollah in Libano e gli Houthi nello Yemen. Poter dire di aver annientato il mostro è il sogno di Netanyahu e diversi analisti israeliani sostengono che l’obiettivo della campagna sia abbattere il regime iraniano, anche se ciò richiedesse mesi o anni di pressione militare.







