Una città fantasma. Una città del crimine. Se ne vede la skyline dalla sponda thailandese del Mekong, il Grande fiume, “la Madre delle acque”. Il settimo flusso idrico più lungo del mondo, qui termina il suo alto corso, riceve l’affluente del Ruak e segna il vertice di tre stati confinanti: Thailandia, Birmania, Laos. Questo luogo si chiama Triangolo d’Oro, ma è anche, conradianamente, un cuore di tenebra. Ne parla Massimo Morello, corrispondente di quotidiani italiani dal Sudest asiatico, sulla sua terrazza vertiginosamente affacciata a quella Bladerunner che è la capitale thailandese, la quale alterna sfolgoranti grattacieli a sinistri e spenti monoliti riflessi nel Chao Phraya, altro fiume maestoso. Avendo letto il suo reportage “Asia criminale” (La nave di Teseo), scritto a quattro mani con Emanuele Giordana, vien voglia di visitare almeno una delle misteriose città di costruzione cinese, la cui economia è basata su attività di truffa informatica, schiavismo, gioco d’azzardo, prostituzione, traffico di stupefacenti, di armi e di esseri umani. «Emerge l’immagine latente di un vero e proprio sistema rafforzato dal crescente autoritarismo cinese e dal declino dell’influenza statunitense», spiegano gli autori. L’idea di metterci i piedi, da occidentale facilmente riconoscibile, appare vagamente insana. Ancor più quando, giunti ai piedi della statua del Buddha posta simbolicamente a guardia del confine tra Birmania, Thailandia e Laos, ci si accorge che il genius loci più che alla libertà dalle passioni, si è votato all’incommensurabile massa di soldi e di risorse che ci sono voluti per mettere in piedi uno scenario del genere. Siamo in pieno Triangolo d’Oro. Nel museo dell’oppio, oltre ai plastici sulla raccolta e la lavorazione del papavero, sul suo ruolo storico, sul commercio dell’eroina, c’è il manichino di un uomo accasciato dietro le sbarre di una fetida cella, ceppi ai piedi. Come a dire: non provarci.