Dicono che sul fiume Moei, a Myawaddy, di notte la luce pulsa forte. È quella dei mega-complessi delle truffe digitali. A vederli da lontano sembrano centri commerciali ancora aperti, torri di vetro illuminate fino all’alba. In realtà sono fortezze.
Dietro i vetri scuri, tra piani resi anonimi da pareti insonorizzate, scorre la vita artificiale delle città-cyberscam: dormitori blindati, uffici caldissimi pieni di computer, porte che si chiudono magneticamente e corridoi in cui il tempo non esiste, né giorno né notte.
Il lavoro è semplice e spietato: impersonare, sedurre, manipolare
Nelle enclavi che sorgono tra Thailandia, Cambogia e Myanmar, nelle zone grigie in cui il controllo statale è parziale o inesistente, arrivano i ragazzi ingannati dalle promesse di lavoro: attraversano un valico di frontiera convinti di diventare impiegati, tecnici, traduttori. Quando scoprono la verità è già troppo tardi.
I telefoni vengono sequestrati, il passaporto sparisce nelle mani di un “manager”, e il viaggio si trasforma in un sequestro. Il lavoro è semplice e spietato: impersonare, sedurre, manipolare. Cercare online potenziali vittime, nutrirle di attenzioni e menzogne, convincerle a investire in piattaforme finanziarie fasulle. È la "macellazione del maiale", come la chiamano i boss di Shwe Kokko e delle città-gemelle: ingrassare la vittima emotivamente fino al momento del colpo finale, quando il denaro svanisce e con lui ogni traccia digitale del truffatore.









