Il cammino è segnato, ma per arrivare alla meta il viaggio è ancora lungo. È la morale che si trae dall’affaire Galleri, il test del sangue che prometteva di scovare i tumori nelle fasi iniziali in persone apparentemente sane, aumentando – almeno sulla carta – la loro sopravvivenza. I primi risultati, presentati alla comunità scientifica in occasione del congresso della Società europea di oncologia lo scorso anno, avevano fatto ben sperare; ma ora l’azienda che produce il test, Grail, ha annunciato che lo studio intrapreso con il servizio sanitario britannico (Nhs) non ha raggiunto il suo endpoint primario: condotto su 142.000 pazienti, non ha prodotto la riduzione sperata nelle diagnosi combinate di tumori al terzo e quarto stadio, ovvero quelli in fase già avanzata e più difficili da trattare.

Nonostante il mancato raggiungimento dell'obiettivo primario, i risultati diffusi dall’azienda possono essere letti positivamente almeno in parte: l'analisi focalizzata esclusivamente sui tumori al quarto stadio ha infatti mostrato una diminuzione di circa un quinto dei casi, suggerendo che il test possa effettivamente individuare le forme di cancro più aggressive e letali quando questi sono ancora ai primi stadi. La sensazione però è che questo non sia abbastanza. “Uno studio che non centra il suo obiettivo primario è tecnicamente fallito: può dipendere da come è stato disegnato o dalla tecnologia che si usa, ma in ogni caso è un risultato negativo. Attenzione, però, che stiamo commentando una comunicazione di tipo economico-finanziaria e non scientifica”, commenta Giancarlo Pruneri, Professore Ordinario di Anatomia Patologica al Dipartimento di Oncologia ed Emato-Oncologia (Dipo) della Statale di Milano. Infatti i risultati dello studio verranno presentati al congresso della Società Americana di Oncologia Clinica (Asco) a giugno prossimo.