C’è una sensazione abbastanza chiara che si ricava dalla lettura dei rapporti degli analisti finanziari degli ultimi giorni. Che chi si occupa di mercati e di quotazioni, abbia difficoltà crescenti ad interpretare la politica. Soprattutto quando chi deve fare le scelte, come Donald Trump, ha costruito una sua dottrina sull’incertezza, definita non a caso strategica. Difficile insomma dare una forma razionale a dichiarazioni improvvise, contraddittorie, sorprendenti.
Così nei report si legge una previsione sul petrolio e dopo poche righe è già cambiata: il Brent andrà su fino a 200 dollari. Contr’ordine, andrà giù, gli iraniani aprono Hormuz. Ma forse solo ai cinesi. Attenzione, Trump annuncia che scorterà le navi, ma forse non lo farà. Se chi deve guidare i mercati è confuso, figuriamoci questi ultimi.
Ieri il Brent è salito fino a 120 dollari per poi ricadere in picchiata sotto i 90, dopo che il G7 ha aperto all’uso delle scorte strategiche e Trump ha dichiarato che la guerra è praticamente finita. Una telecronaca impazzita. L’unica cosa in cui i mercati sembrano in qualche modo credere, ma magari anche questa è solo una speranza, è che la crisi non potrà durare alla fine troppo a lungo, perché i costi sarebbero altissimi per tutti.






