Da un lato, l’aumento del rischio - tutti sperano di no - di una guerra “calda” nel Vecchio continente tra Europa e Russia. Dall’altra, l’attesa per il taglio dei tassi ad opera della Federal reserve. Sono due tra le principali carte sul tavolo delle Borse. La prima - un po’ per assuefazione al contesto e un po’ perché i mercati guardano, in maniera molto miope, un problema alla volta - non è assolutamente prezzata nelle attuali quotazioni. L’altra, invece, è ben presente nella mente di operatori ed investitori. Un evento che i listini azionari - finora fregandosene bellamente anche del tema dell’indipendenza della Riserva federale rispetto a Donald Trump - scontano con quasi totale certezza. L’incognita è infatti solo sull’entita della ridizione del costo del denaro: 25 o 50 punti base.
Ciò detto, il passaggio della Fed suscita dure discussioni su fronte ben preciso: quello del rischio inflazione in America. I dazi introdotti nelle ultime settimane e il balzo dei prezzi alla produzione hanno alimentato i timori che l’allentamento monetario implichi nuove pressioni sui prezzi. La teoria tradizionale suggerisce che il calo dei tassi nominali si traduce in tassi reali anch’essi più bassi. Questo perché la minore remunerazione del risparmio e l’aumento delle aspettative di inflazione inducono famiglie e imprese a spendere di più. Tassi reali inferiori, al contrario, stimolano consumi e investimenti, rafforzando domanda e alimentando il caro vita.







