Per Vladimir Putin, la terza guerra del Golfo è un’opportunità che può modificare gli equilibri energetici globali, i rapporti di forza con l’Europa e, indirettamente, il terreno del conflitto in Ucraina. Mosca ostenta calma. Non per l’opacità tipica del Cremlino, ma perché sa di giocare una partita di lungo termine fondata su un’economia di guerra, un regime autoritario, imponenti risorse energetiche e una tradizionale capacità di resistenza nei periodi di crisi. «La produzione di petrolio legata allo Stretto di Hormuz – ammonisce Putin – ha già iniziato a diminuire ed entro il prossimo mese rischia di interrompersi completamente».

La crisi sta spingendo i prezzi verso una nuova fase strutturale, un mercato in cui l’energia diventa più scarsa e più cara. Uno scenario ideale per la Russia. Mosca possiede due leve potenti: petrolio e gas in quantità enormi, e la possibilità di usarli senza troppe restrizioni interne. L’Europa, intanto, sta consolidando una strategia fondata sulla diversificazione e sul progressivo distacco dalle forniture russe, avendo deciso di eliminare del tutto il gas russo entro il 2027. Putin adesso offre collaborazione, ma al tempo stesso minaccia di chiudere il rubinetto «senza aspettare di vederci sbattuta la porta in faccia». E sottolinea che un terzo delle esportazioni globali di petrolio passa dallo Stretto di Hormuz, oggi strozzato. «In queste condizioni – aggiunge – la concorrenza tra gli acquirenti di energia e per garantire forniture stabili e prevedibili si sta intensificando». E qui sviluppa il suo doppio registro. Da un lato, ribadisce il rapporto politico e strategico con l’Iran e manda a dire a Mojtaba Khamenei che la Russia «rimarrà partner affidabile». Dall’altro, getta ami all’Europa. «Siamo fornitori di energia affidabile. Continueremo a rifornire quei Paesi che sono partner fidati». Lo Zar propone di lavorare con gli europei se daranno «segnali sulla loro prontezza a lavorare con noi per assicurare la stabilità e sostenibilità che chiediamo». Altrimenti, non gli resterà che «dirottare i volumi dal mercato europeo verso destinazioni più attraenti e stabilirci lì».