Con una certa compiaciuta soddisfazione nei giorni scorsi alcuni giornali hanno dato conto del vero grande tallone d’Achille degli Stati arabi, l’acqua potabile. Tutto è partito da un attacco iraniano a un impianto di desalinizzazione in Bahrain avvenuto, a detta di Teheran stessa, in risposta a un attacco della coalizione a un altro impianto simile in Iran. Gli Stati arabi, si è detto, dipendono per la quasi totalità del loro approvvigionamento idrico da tali centrali e anzi devono la loro fortuna economica non solo al petrolio ma anche e soprattutto a loro.

Ci si è dimenticato di dire però che quello dell’acqua potabile è un problema enorme anche per l’Iran, perfino più grave e inspiegabile se si pensa che il Paese degli ayatollah è ricco di montagne alte anche oltre i 5mila metri, di ghiacciai e si affaccia sul Mar Caspio che è sì salato ma molto meno di quanto non lo sia il mare. Un problema talmente grave che viene considerato uno dei motivi principali del malcontento della popolazione che è scesa in piazza nel gennaio scorso pagando a duro prezzo le proteste. In città come Isfahan e Khuzestan, oltre agli slogan contro il regime e per la libertà è riecheggiata la frase «abbiamo sete!» (Ma teshne im!). Certo, di mezzo c’è anche il cosiddetto «cambiamento climatico», periodi di siccità insolitamente lunghi nella storia contemporanea del Paese, ma la causa principale di tale situazione al limite del sostenibile è dovuta alle scelte del regime che di fatto spende più per l’atomica che per risolverla. L’origine del disastro è la politica dell’autosufficienza agricola che ha portato il regime a promuovere negli anni colture ad alto consumo idrico come riso, grano e barbabietola da zucchero in aree totalmente inadatte.