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Ultimo aggiornamento: 18:26
di Fiore Isabella
La mia città, Lamezia Terme, per più di 40 anni ha tenuto nelle sue viscere una bidonville recintata da muri di cemento armato; una bidonville abitata (si fa per dire!) da nostri concittadini lametini di etnia Rom avvolti nelle baracche “scarrupate”, protette da lamiere contorte, timidamente posizionate per riparare le famiglie dagli acquazzoni e dal vento; strutture insicure e per niente inclini a sollevare i bambini dai ricoveri nella pediatria del limitrofo presidio ospedaliero per la messa a punto dei bronchi colpiti da frequenti crisi respiratorie.
Quarant’anni di diatribe in cui hanno prevalso, sul sentimento umanitario, spesso all’acqua di rose, di noi concittadini “italici”, le logiche dei confini separatori legittimati dall’indifferenza collettiva e anche da qualche decreto della procura finalizzato allo sgombero di esseri umani come materiali di risulta. Le liti periodiche hanno visto tenzoni cruente materializzarsi sulla ricerca di siti alternativi dove spostare quella comunità da ghettizzare ulteriormente. Oggi pare che la parola fine stia per apparire sui titoli di coda di un film durato 44 lunghi anni con un innumerevole cast di attori divisi: in piccola parte, a recitare la parabola della sofferenza; in massima parte, costituita dalla cosiddetta società civile, a declamare come un mantra la parabola dell’indifferenza.






