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Ultimo aggiornamento: 18:26
di Giuseppe Pignataro*
Non stiamo pagando la scarsità del petrolio. Stiamo pagando la sua impossibilità a farsi presenza. Una merce esiste davvero solo se passa: per mare, per assicurazione, per fiducia. È questo il senso economico della guerra in Iran e della crisi di Hormuz. Il greggio c’è ma non la possibilità di consegnarlo. E a quel punto il prezzo invade tutto: benzina, gas, tassi, noli, inflazione, Borse, perfino il costo degli oggetti più banali.
Per capire la scena conviene distinguere due sigle. La EIA è l’agenzia statistica americana dell’energia: misura flussi, scorte, colli di bottiglia. La IEA è l’Agenzia internazionale dell’energia, nata dopo la crisi del 1973: legge il mercato e la sua sicurezza. E proprio i loro dati raccontano la parte meno ovvia della storia. Prima dell’escalation, il mondo non stava entrando in una carestia petrolifera. La IEA vedeva per il 2026 un’offerta in crescita di 2,4 milioni di barili al giorno contro una domanda in aumento di appena 850 mila, con scorte mondiali salite di 477 milioni di barili nel 2025. In altre parole: il sottosuolo non era vuoto. Si è rotta la superficie.









