Sale la conta dei flotillanti in manette. Dopo Wael Naouar, colui che aveva partecipato al funerale del terrorista Nasrallah, e sua moglie Jawaher Channa, ecco Nabil Chennoufi, Sanaa Msahli e Mohamed Amine Bennour. Tutti tunisini, tutti attivisti della Global Sumud Flotilla, trattenuti a Sidi Bou Said, venti chilometri da Tunisi. Si parla di frode, riciclaggio e uso improprio dei fondi provenienti dalle donazioni su cui indaga la Guardia nazionale. Mica male... Per i pro-Pal, che ad aprile puntano a ripartire verso Gaza, il «loro arresto» è conseguenza di «un’escalation profondamente preoccupante e un allontanamento dalla lunga storia di solidarietà pubblica tunisina al popolo palestinese». Per decenni, spiegano, la Tunisia «è stata un faro di coraggiosa solidarietà con la Palestina». Giusto un anno fa, proprio dal porto di Sidi Bou Said, era infatti partita la prima fallimentare missione alla volta della Striscia, «un momento storico che riflette il profondo legame tra il popolo tunisino e la lotta palestinese per la liberta». La Global Sumud Flotilla ha quindi chiesto un «chiarimento immediato» a proposito degli arresti e «il rapido rilascio» degli attivisti.
«La nostra missione continua. Navigheremo di nuovo per sfidare l’assedio su Gaza», l’arringa dei flotillanti. Tornando all’inchiesta, l’obiettivo principale è quello di chiarire l’origine dei finanziamenti e l’eventuale utilizzo personale o illecito delle somme raccolte per la campagna marittima. Ma i pro-Pal puntano il dito contro la magistratura tunisina. La stretta giudiziaria, a detta loro, è figlia degli ultimi giorni di tensione nella capitale nordafricana, dove erano già stati bloccati alcuni eventi pubblici legati alla presenza del coordinamento internazionale della Flotilla: dallo stop a un sit-in a Sidi Bou Said in omaggio ai lavoratori portuali per il sostegno mostrato lo scorso anno ai flotillanti al divieto di un evento previsto al cinema Le Rio nel centro di Tunisi.






