Fra pochi giorni saremo chiamati e chiamate a esprimerci, con un referendum, sulla riforma costituzionale della giustizia promossa dal ministro Nordio. Nei fatti il voto riguarda le modifiche dell’ordinamento giudiziario e le ripercussioni che ne deriverebbero sull’indipendenza dei giudici.

Il referendum si è reso necessario perché la riforma è stata approvata in Parlamento senza la maggioranza qualificata e, in questi casi, la Costituzione prevede, come garanzia democratica, che si consultino i cittadini e le cittadine. E ancor di più in questo caso dove, cosa mai successa prima, una riforma, che prevede la modifica di ben sette articoli della Costituzione, è stata varata dal governo senza che il Parlamento potesse esprimersi accorpando gli emendamenti, votandoli insieme e respingendoli sistematicamente tutti, sia quelli dell’opposizione che di maggioranza.

Non si è mai vista una riforma costituzionale, il cui testo approvato, non sia cambiato di una virgola rispetto al testo presentato dal ministro: questo, a mio avviso è un primo grande deficit democratico che ci fa capire quanto questa riforma – insieme alle altre che sicuramente seguiranno – mini il nostro stato di diritto. Perché il vero obiettivo di questa modifica costituzionale non è la tanto decantata separazione delle carriere (riforma che poteva essere fatta anche con legge ordinaria), il vero obiettivo è stravolgere l’equilibrio dei poteri dello Stato e indebolire quello della magistratura condizionando le libere scelte che ogni giudice e ogni pubblico ministero compie nell’esercizio delle sue funzioni.