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Nel 2017 l’ultramaratoneta americana Courtney Dauwalter ha scritto un’impresa impossibile, emergendo tra allucinazioni e polvere
Il deserto dello Utah detiene una crudeltà geometrica, composta da rocce rosse che si stagliano contro un cielo cobalto, un’arena dove il tempo smette di scorrere per diventare pura estensione geografica. È il 2017 quando si corre la Moab 240. Più che una competizione, una gara di sopravvivenza. Trecentottantatré chilometri di polvere e solitudine. In questo perimetro di fatica assoluta fluttua una figura che sembra scivolare sulle pietre con la leggerezza di un’apparizione: l’ultramaratoneta americana Courtney Dauwalter. Indossa pantaloncini larghi da basket, un sorriso quasi infantile e un’ostinazione che sconfina nel misticismo.
Bionda insegnante di scienze del Minnesota, Courtney è nata tra le nevi del Midwest americano e porta con sé un pedigree che nasconde un’anomalia genetica della volontà. Prima di approdare nel bel mezzo del deserto dello Utah, ha già triturato record nelle 24 ore e dominato competizioni massacranti come la Run Rabbit Run, trasformando la sua dieta eretica a base di caramelle gommose e nachos in un carburante metafisico. La sua è una preparazione che ignora i canoni dell'accademia sportiva per abbracciare la filosofia della "caverna del dolore", quel luogo oscuro della psiche dove lei decide di abitare quando il corpo implora la resa. Non è solo atletismo, è un esperimento di biochimica applicata alla sofferenza, condotto da una donna che ha scelto di fare della propria resistenza l'unica legge possibile.






