Stai utilizzando Internet Eplorer: è un browser molto vecchio, non sicuro, e non più supportato neanche da Microsoft stessa, che l'ha creato.
Per favore utilizza un browser moderno come Edge, Firefox, Chrome o uno qualunque degli altri a disposizione gratuitamente.
Nel 2018 l’atleta polacco Andrzej Bargiel si è reso autore di una sfida estrema, portando a termine un’impresa apparentemente impossibile
C’è una geometria crudele nel Karakorum, un’architettura del terrore che il K2 impone al mondo con la sua piramide perfetta e spietata, un monarca assoluto di roccia e ghiaccio che tollera a malapena la presenza umana e punisce con ferale spietatezza ogni eccesso di confidenza. In questo teatro dell’estremo, dove l’aria ha la consistenza del cristallo e ogni respiro è una trattativa estenuante con la biologia, si consuma - nel luglio del 2018 - un evento che trascende la cronaca sportiva per farsi epica contemporanea. Andrzej Bargiel, trentenne polacco con lo sguardo limpido di chi ha stretto un patto segreto con la gravità, compie l’impensabile: sciare la "Montagna Selvaggia" dalla vetta al Campo Base, un’unica linea continua tracciata sulla pelle bianca del gigante.
Laddove la vecchia guardia dell’alpinismo eroico cercava la sofferenza come via di purificazione, Bargiel porta la velocità, l’eleganza, una leggerezza quasi insolente. La sua impresa nasce molto prima di quel fatidico 22 luglio. Germoglia in un lavoro di pianificazione maniacale che unisce l’istinto del montanaro alla precisione dell’ingegnere. Al suo fianco, al Campo Base, c’è il fratello Bartek, pilota di un drone che ronza come un occhio divino sopra le seraccate. È proprio questa fusione tra carne e silicio a rendere la vicenda straordinariamente moderna: il drone non serve soltanto a riprendere la gloria per i posteri, ma diventa strumento di salvezza, scovando e guidando l’alpinista disperso Rick Allen giorni prima, e soprattutto mappando la parete per disegnare una rotta che sulla carta sembrava un delirio cartografico.






