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8 MARZO 2026

Ultimo aggiornamento: 6:52

Da più di cinquant’anni a questa parte nelle scuole superiori a marzo si conclude la stagione delle “autogestioni studentesche”. Una tradizione ereditata dalla stagione post ’68 –l’autogestione come modo per testimoniare la volontà/possibilità di costruire saperi e apprendimenti con contenuti e didattiche alternative; insomma “la scuola che vorremmo” – e poi trasformatasi in un rito dalle declinazioni più svariate. La carica di contestazione si è persa nel tempo, l’autogestione è diventata una tradizione che ogni istituto organizza in base alle sue disponibilità, cambia nel tempo non fosse altro che perché una parte degli autogestori di un tempo sono diventati i docenti e i dirigenti scolastici di oggi.

Forse anche per questo l’autogestione studentesca – quella contestativa – ha finito per saldarsi con l’intervallo fra i due periodi in cui è diviso l’anno scolastico (quadrimestre o trimestri/semestri): prima di cominciare il secondo blocco di lezioni – quello che porterà alla pagella di fine anno – numerosi istituti dedicano una settimana al recupero delle materie insufficienti con interventi individualizzati o di piccolo gruppo. Così l’ ex-autogestione acquista un significato nuovo perché complementare alla fase di “fermo didattico per manutenzione studenti in difficoltà”, saldando apprendimenti ed esperienze diverse dal normale tran tran scolastico.