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Ultimo aggiornamento: 7:10
Si è da poco chiusa l’occupazione del liceo romano Righi, al centro di decine e decine di articoli di stampa e servizi tv. Scaturita sia da un’occupazione molto prolungata, quasi due settimane. Sia dai ripetuti attacchi di giovani vicini all’estrema destra, inquietanti e troppo poco stigmatizzati dal governo attuale.
Chiariamo: le occupazioni sono un’anomalia italiana, non ci sono altrove. Sono, in teoria, illegali, occupano un bene pubblico e fermano la didattica per molti giorni. Da questo punto di vista, il giudizio potrebbe essere solo negativo. Ma quello che ho vissuto, e che qui riporto semplicemente da madre di un ragazzo che ha partecipato intensamente a questa esperienza fin dall’inizio, racconta tutta un’altra storia.
Mio figlio non era riuscito finora ad appassionarsi alla scuola. Il primo anno di liceo è stato difficilissimo. D’altronde, vale per tutti, basta stare dentro i forum di genitori di adolescenti, luoghi di vera disperazione: alzarsi alle sei e mezza per fare sei ore di didattica frontale, con rientro a casa alle due e mezza inoltrate, con compiti e verifiche per il giorno dopo e pochissimo spazio per altro nella vita, è già uno schema faticoso per un quindicenne che sta crescendo in un mondo che fuori cambia radicalmente. La sua ansia verso le continue verifiche, i voti secchi, 4, 5, che fioccavano dal registro elettronico, neanche detti a voce – ormai siamo in preda a questo meccanismo disumano – lo scoraggiavano ogni giorno di più. Parlo di lui per parlare di centinaia di migliaia di ragazzi che vivono con una fatica estrema e spesso con esiti drammatici – abbandono scolastico, una piaga italiana, forse quella più grave – una scuola che purtroppo è rimasta simile a se stessa mentre intorno, appunto, tutto muta.






