Sia il riso che il pianto sono reazioni alla frustrazione e alla stanchezza. Io personalmente, preferisco ridere. C'è meno da risistemare dopo. Questa frase l’ha detta Vonnegut e sono trent’anni che la riporto su Smemo, Moleskin, status di facebook, short bio instagram, whatsapp e chi più ne app più ne metta. Mi ci ritrovo ancora. Se mi chiedessero che cosa preferisca fare tra dormire, mangiare o scrivere… risponderei ridere. A dirla tutta quando rido io, dopo c’è molto da risistemare perché lacrimo via eyeliner e mascara, con un devastante effetto procione. Vonnegut non si truccava, è evidente. Il senso dell’umorismo al femminile sta per me tutto lì, nelle tre declinazioni del comico: piangere dal ridere, ridere per non piangere e ridere nel pianto. Vado per ordine. La scrittrice che mi ha fatto letteralmente piangere dal ridere è Erika Leonard in arte E L James e non per un libro volutamente comico. L’episodio risale a qualche anno fa, quando decisi di leggere ad alta voce una pagina delle sue Cinquanta sfumature di grigio in presenza di mia madre. Ricordo solo che procedevo tra un uso spericolato degli aggettivi e un fraseggio che avrebbe tolto la voglia di accoppiarsi a un bonobo e mi scompisciavo, sputazzavo, mi contorcevo. Trovavo favoloso che il protagonista di un libro erotico chiamasse la sua Anastasia Steel per nome e cognome anche durante l’amplesso, come un ragioniere infoiato dalla chiusura dell’anno contabile (stile: “Fantozzi, venghi lei!”). Parallelamente la mia genitrice non poteva credere che la vagina venisse appellata come “sommità delle cosce”, tanto che da quel giorno in famiglia cominciammo a chiamarla Sua Sommità.