«È talmente scosso che non riesce nemmeno a guardare le immagini dell’incidente». Così il legale Benedetto Tusa descrive lo stato d’animo di Pietro Montemurro, il conducente del tram 9 deragliato il 27 febbraio scorso in viale Vittorio Veneto a Milano, mentre la Procura, coordinata da Marcello Viola, inizia a trovare riscontri alla sua versione. I magistrati hanno disposto il sequestro delle scarpe che il tranviere indossava quel giorno: un accertamento tecnico volto a verificare la compatibilità del racconto con le prime evidenze mediche, che hanno evidenziato una contusione all’alluce con ematoma tale da annerire l’unghia e provocarne in parte il distacco.

Montemurro, 60 anni, con oltre trent’anni di esperienza in Azienda Trasporti Milanesi e senza mai aver fatto incidenti nel corso della sua carriera, è ancora l’unico indagato per disastro ferroviario colposo, omicidio colposo plurimo e lesioni colpose plurime per l’incidente che ha provocato due morti e una cinquantina di feriti. Secondo il conducente, poco prima di iniziare la corsa sarebbe sceso dall’abitacolo nei pressi della Stazione Centrale per aiutare un passeggero disabile a salire in carrozzina. In quel momento una rotella gli avrebbe schiacciato l’alluce sinistro, provocando un dolore crescente fino a un malore improvviso e alla perdita di coscienza mentre il convoglio era in marcia.