Non per guastargli, tapino come potrò sembrargli, la festa dei 90 anni appena dedicatagli da compagni e amici a due passi dalla Camera, tutti felici e qualcuno anche sinceramente commosso, ma quell’opinione espressa da Achille Occhetto di un’Italia messa «peggio che durante il fascismo», evidentemente per essere governata da Giorgia Meloni e alleati di centrodestra, mi sembra un’enormità degna solo di lui per tutti gli errori commessi quando gli capitò di diventare segretario del Pci, di fargli poi cambiare nome nel furbesco tentativo di scampare al crollo del comunismo e di sfidare l’imprevisto Berlusconi con un’“allegra macchina da guerra” che gli costò la sconfitta. E infine il pensionamento anticipato disposto da Massimo D’Alema, “il deputato di Gallipoli”, come lo stesso Occhetto una volta lo chiamò con spirito più critico che geografico.

Per rendergli omaggio, ricambiato dall’annuncio che sarebbe ben felice di votarla alle primarie per la leadership dell’alternativa al centrodestra, la segretaria Elly Schlein ha detto che il Pd non ci sarebbe se non ci fosse stato a suo tempo Occhetto. Certamente, ma in senso negativo, perché lo stato al quale è ridotta la sinistra, o la cosiddetta sinistra in Italia è l’effetto del corso impressogli da Occhetto quando gli capitò ripeto - di guidarne la parte più consistente succedendo ad Alessandro Natta, sorpreso in ospedale, o quasi, dall’annuncio della successione.