"Se continuiamo a scannarci vincere sarà impossibile". Repubblica si affida ad Achille Occhetto, grande vecchio della sinistra italiana, per lanciare un appello disperato, quasi apocalittico alle opposizioni. Unità o morte. Già. Ma non solo dei progressisti ma della stessa democrazia.

L'ultimo segretario del Partito comunista italiano, l'uomo della svolta socialdemocratica, colui che mandò in soffitta (parzialmente) falce e martello e lanciò la transizione del PCI in Pds nel drammatico congresso della Bolognina, post-muro di Berlino, parte da una premessa: "Io comincio a intravedere nella società un'articolata e sempre più forte avversione alle politiche economiche e sociali del governo. E mi sembra che le varie sinistre, anche quelle più moderate, siano in campo e lottino, sia pure tra molte difficoltà. Per questo non concordo con il diffondersi di un generico scetticismo che fornisce solo vaghe allusioni e illusioni politiciste".

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Tuttavia, avverte Occhetto, "c'è ancora un colpevole ritardo nel presentare, hic et nunc, una proposta unitaria di governo e nell'assumere davanti al Paese un esplicito impegno a correre insieme alle prossime elezioni nazionali. E ciò perché non si è compresa la gravità di un frangente storico che sta minando i valori fondamentali. Ci sono momenti inderogabili in cui la fantasia politica può aiutare i diversi a trovare le ragioni di uno sforzo comune, volto a salvare la democrazia". "L'unità dovrebbe essere una ambizione comune a tutte le forze del progresso militante - aggiunge -. Da più parti si sottovalutano i rischi crescenti che stiamo correndo su scala europea e mondiale. Il Pd dovrebbe far capire a tutti che in gioco non è l'alternativa di sinistra, ma un'ampia 'alleanza democratica' a tutela dello Stato di diritto".