NOLA – Dorme per sempre Domenico nella sua minuscola bara bianca avvolta di rose, gerbere e gigli candidi. E quanto è piccola quella cassa che sembra scomparire nella immensa cattedrale di Nola, quel feretro leggero che nemmeno raggiunge un metro e dal quale Patrizia e Antonio, mamma e papà, non staccano mai gli occhi. Come a voler trattenere con un filo invisibile il loro bambino che non c’è più. Il loro «piccolo guerriero», questo il suo soprannome, che tanto in ospedale aveva lottato per restare al mondo.
Sorride nella foto Domenico Caliendo abbracciato al suo orso di peluche, due occhi grandi e due anni e mezzo di vita stroncati dal trapianto di un cuore bruciato. Ma sono funerali di commozione e rabbia, un po’ di pace, un po’ di guerra. Dall’altare il vescovo di Nola Francesco Marino invita all’amore, a non cedere al «giustizialismo privato», ma sul sagrato della cattedrale cresce invece l’ira, contro i medici, contro l’ospedale Monaldi di Napoli, contro il cardiochirurgo che quel cuore difettoso ha impiantato. «Giustizia. Se Dio esiste, pagheranno per quello che hanno fatto». «Il diritto alla vita è di tutti, non solo di chi è ricco» sono le grida che si alzano dalla piazza. Parole dure, durissime.











