“All’inizio avevo paura. Stavo fermo. Guardavo. Il cavallo respirava forte, così vicino da sentirne il fiato caldo. Non mi faceva male. Poi ho messo la mano. Adesso so come fare. Quando camminiamo insieme, so dove andare”. Marco P. lo ha raccontato così, con parole semplici, la sua prima esperienza di ippoterapia. Aveva 17 anni quando è arrivato all’associazione Rubens, a Torino. Una diagnosi di autismo non verbale, nessuna parola, molta diffidenza. Un mondo interiore chiuso come una porta pesante.
È stato un cavallo ad aprirla, lentamente. Durante le sedute di riabilitazione equestre, Marco ha scoperto la soddisfazione di condurre un animale grande e potente, imparando a rispettarne i tempi e a comprenderne i movimenti. Quel contatto, prima solo corporeo, ha iniziato a trasformarsi in comunicazione. Prima gesti, poi suoni, infine parole piccole ma fondamentali per lo scambio relazionale. Con il tempo ha memorizzato le sequenze logiche necessarie per sellare, condurre, prendersi cura. Ha imparato a orientarsi nello spazio, a tracciare traiettorie e figure in campo insieme alla sua operatrice e alla cavalla di colore sauro di nome Manú. Dentro quella relazione, fatta di gesti, fiducia e presenza, sono germogliate le prime parole di una nuova autonomia.







