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La guerra aerea non basta a decapitare la dittatura. Gli scarponi sul terreno portano l'escalation e il caos
Si chiama "escalation" ed è il trappolone che Donald Trump deve evitare ad ogni costo. Anche perché un'escalation lo trascinerebbe verso quell'intervento di terra sperimentato dai suoi predecessori in Irak e Afghanistan. Esperienze fallimentari che The Donald ha giurato più volte di non voler ripetere. Ma il rischio c'è. Anche perché tra l'obbiettivo dichiarato dell'intervento - il cambio di regime - e i mezzi per raggiungerlo c'è un'evidente contraddizione. Nella storia la guerra aerea non è mai è bastata a decapitare una dittatura. Né tantomeno a sostituirla con un sistema di governo favorevole a chi la conduceva.
L'esempio più evidente è quello della Libia di Muhammar Gheddafi nel 2011. Lì le bombe della Nato favorirono un'insurrezione condotta da forze jihadiste. E la morte del raìs portò caos e ingovernabilità, ma non certo un cambio della guardia favorevole alla Francia di Sarkozy o all'America di Obama - veri artefici dell'intervento. E anche il tentativo di Dan Halutz, l'ex pilota e capo di stato maggiore israeliano convinto, nel 2006, di spazzare via Hezbollah usando l'arma aerea si rivelò fallimentare. In Iran la contraddizione tra il fine e i mezzi e ancora più evidente. Anche perché per avviare un cambio di regime bisogna favorire il ritorno in piazza degli oppositori. Ma finché le bombe continuano a cadere nessuno si azzarderà a uscire di casa. Mentre il riaccendersi della protesta verrebbe spento nel sangue dalle milizie basiji mandate a presidiare i centri cittadini. Ma i bombardamenti rendono improbabile anche la rivolta dei reparti dell'esercito o della polizia meno legati al regime. Senza contare che nel tempo gli inevitabili "danni collaterali" - ovvero la morte di civili innocenti - contribuisce a far decantare l'odio contro il regime, incrementa il nazionalismo e rende meno "accettabile" l'immagine dei cosiddetti liberatori.






