Nella terra tra Seveso e Meda, nel cuore della Brianza, affondano oggi le radici oltre 40mila alberi e arbusti, distribuiti su 43 ettari di superficie. Querce, aceri, frassini, pioppi e carpini popolano una rete boschiva che in alcune zone ospita più di dieci esemplari ogni 100 metri quadrati, proprio sopra i terreni un tempo contaminati dalla diossina fuoriuscita dall’impianto chimico Icmesa, il disastro ambientale, uno dei peggiori della storia, di cui a luglio ricorrerà il cinquantesimo anniversario e che ha cambiato per sempre la storia industriale europea. Di quella tragedia, pare causata dalla rottura di una valvola nel reattore dell’azienda chimica, le prime avvisaglie furono un odore acre e infiammazioni agli occhi per poi passare ad effetti su flora e fauna: danni chimici sulle colture, morte improvvisa di piccoli animali domestici e uccelli, ustioni cutanee.
Un dramma ambientale che non fu una fatalità ma il risultato di controlli allora non adeguatamente strutturati, da cui nacque – oltre al Parco naturale Bosco delle Querce – la cosiddetta “direttiva Seveso”, il pilastro normativo continentale sulla prevenzione dei grandi rischi. Oggi, mezzo secolo dopo, lo scenario della sicurezza industriale italiana è radicalmente cambiato. L’era in cui il “nemico” era la semplice rottura di una valvola, se mai c’è stata, è tramontata: attualmente la mappa del rischio delle strutture nel cosiddetto “perimetro Seveso”, cioè quelle considerate pericolose e da monitorare con attenzione, comprende 971 stabilimenti nazionali e annovera criticità come l’invecchiamento fisiologico degli impianti, gli impatti degli eventi naturali e la minaccia invisibile degli attacchi informatici.






