Alla più grande fiera mondiale della telefonia mobile c’è spazio anche per un momento dedicato alla dipendenza da smartphone. Un incontro a tre, moderato dalla giornalista della CNN Laila Harrak, con ospiti Kaiwei Tang, CEO e co founder di Light e Aaron Paul, attore e produttore, noto per il suo ruolo nella serie tv Breaking Bad. Dura mezz’ora, ovviamente troppo poco per affrontare seriamente la questione, ma almeno è un segno che qualcuno degli organizzatori del Mobile World Congress ha presente il problema.
“Jesse Pinkman di dipendenza se ne intendeva. Cosa pensi che direbbe del fatto che oggi siamo praticamente incollati ai telefoni?”, chiede la Harrak all’attore. “Penso che si riconoscerebbe parecchio. I telefoni sono progettati per creare dipendenza, no? E credo che, alla fine, si tratti di tenere a bada quella dipendenza”, risponde. Non è una debolezza personale o una mancanza di volontà, ma un effetto prevedibile di oggetti e applicazioni costruiti apposta per catturare e mantenere l’attenzione di chi li usa.
Paul, 46 anni, racconta di essere cresciuto molto prima dei cellulari, di aver usato i gettoni per il telefono pubblico e di aver rifiutato per un periodo il cellulare: “E allora i miei agenti mi hanno comprato un cercapersone”. E ricorda quando gli hanno rubato il computer, a 16 o 17 anni: “Mi sembrava che una parte di me, tipo uno dei miei arti, mi fosse stata portata via. È stato devastante”. In quel momento capisce quanto si fosse attaccato a un oggetto, quanto un dispositivo potesse diventare un’estensione del corpo. Da lì prende una decisione radicale: “Semplicemente non ne ho mai comprato un altro”. La conseguenza, spiega, non è stata un vuoto, ma un guadagno, soprattutto di tempo e di presenza mentale. “Per un certo periodo ho fumato. Quando ho smesso, ho capito di avere a disposizione molto più tempo. E mi è piaciuto, per questo non sono tornato indietro”. La disconnessione non è una punizione, ma un’alternativa che può risultare più desiderabile della connessione continua.










