Quando Pantone ha tinto il 2026 nella sfumatura più eterea, c’è chi ha addirittura gridato alla “supremazia”. Ma in tempi bui, sostiene chi l’ha scelto, puntare sul bianco significa lanciare messaggi di “pace e unità”

di Maurizio Fiorino

2 minuti di lettura

All’apparenza è un colore semplice: può evocare pace e pulizia, ma anche vuoto e cancellazione. E quando un’istituzione lo elegge a colore dell’anno, quella presunta semplicità si trasforma nel suo esatto contrario. Parliamo del bianco scelto da Pantone, nella sua tonalità Cloud dancer, come protagonista del 2026. Una decisione che ha generato interpretazioni e persino accuse di scelta suprematista. Per mettere ordine, abbiamo parlato con Leatrice Eiseman, executive director del Pantone Color Institute, nonché una delle massime esperte di colore a livello globale. Il suo ragionamento parte dal metodo: la scelta non è mai una decisione last minute. “Al contrario, è il risultato di mesi di osservazione dei trend e di ricerca culturale che portiamo avanti”. Un lavoro, dunque, continuo e trasversale: “Scansioniamo ogni cosa, dai film ai grandi momenti dell’intrattenimento, dalle mostre itineranti agli artisti emergenti, fino a ciò che accade nella moda e nel design”. Si tratta, insomma, di riconoscere un clima. “Guardiamo ai cambiamenti nello stile di vita, al tempo libero, ai luoghi che le persone sognano di visitare, così come all’umore sociale ed economico. Tutto questo ci aiuta a capire dove sta andando il mondo”. E il mondo, a livello cromatico, sembra andare verso il bianco.