Non basta chiedersi fino a quando l’Iran sarà in grado di replicare massicciamente agli attacchi israelo-americani, ma bisogna capire se le Forze armate Usa potranno mantenere l’offensiva sui siti del regime a questi livelli. È il ragionamento che consegna a La Stampa un alto funzionario Usa e che fa il verso alle preoccupazioni che si annidano fra diversi esperti e a Capitol Hill, preoccupazioni ben evidenti già prima dell’avvio dell’Operation Epic Fury e che ora diventano pressanti. Timori logistici che si sommano a quelli per il normale logoramento in operazioni di questa ampiezza e a quelli per la tenuta del fronte interno. L’abbattimento ieri, pare per fuoco amico, di tre F-15, il bilancio salito a quattro Marine uccisi in un raid iraniano su una base in Kuwait alimentano i primi. I sondaggi che vedono solo una minoranza di americani sostenere la guerra, con i 18-35enni massicciamente contrari, i dubbi nella base Maga, da sempre contraria alle guerre all’estero, sostengono i secondi. La potenza Usa resta nettamente superiore, ma non è infinita e Trump ne è consapevole. Dalla Nigeria, alla Siria, ai raid su Venezuela e Iran le scorte di munizioni e missile intercettori si sono assottigliate Il Pentagono non diffonde, per questioni di sicurezza, numeri e livelli dei suoi arsenali, ma osservando i contratti stipulati con alcuni contractor della macchina militare Usa e l’impatto delle più recenti offensive – dalla Nigeria, ai raid in Siria, sino alle più ampie operazioni in difesa degli alleati del Golfo e di Israele e il blitz per la cattura di Maduro in gennaio - l’analisi è che la coperta di munizioni e missili intercettori si sia accorciata.
Gli Usa in Iran: i dubbi Maga, i soldati morti nel Golfo e la paura di rimanere senza munizioni
Le scorte per le difese anti-aeree calate del 25 per cento. E giovani sono contrari all’intervento









