Un'operazione di terra lunga settimane fatta di incursioni mirate e non un'invasione vera e propria su larga scala. Il Pentagono lima i piani per la prossima fase della guerra in Iran qualora Donald Trump decidesse per l'escalation. L'Iran si è detto pronto a fronteggiare sul campo gli americani e li ha sfidati: "Li aspettiamo, daremo loro fuoco", minaccia il potente capo del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf.

Per ora il commander-in-chief sembra comunque preferire l'opzione diplomatica e ha fissato al 6 aprile il suo nuovo ultimatum prima di colpire le centrali elettriche iraniane. A Islamabad sono iniziate le consultazioni dei negoziatori di Pakistan, Turchia, Egitto e Arabia Saudita, concentrate prevalentemente sulle proposte per riaprire lo Stretto di Hormuz, di cui Teheran avrebbe chiesto il controllo nella risposta al piano per la pace in 15 punti degli Stati Uniti.

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Allo studio, secondo le indiscrezioni raccolta da Reuters, c'è l'ipotesi avanzata dall'Egitto che prevede l'imposizione nello Stretto di tariffe simili a quelle del Canale di Suez. Turchia, Egitto e Arabia Saudita da parte loro potrebbero invece formare un consorzio per gestire il passaggio del flussi di petrolio attraverso Hormuz, proposta che sarebbe stata discussa con Usa e Iran. La riapertura del passaggio è ritenuta centrale dai paesi del Golfo, che devono all'oro nero la loro ricchezza e la loro forza sul palcoscenico mondiale. Se dovesse restare chiuso a lungo i prezzi del greggio schizzerebbero, le loro entrate calerebbero e una recessione globale sarebbe inevitabile.