Accennavo ieri alla protesta dei lavoratori, artisti e maestranze, che hanno letto un lungo comunicato accolto da un prolungato applauso del pubblico, sabato scorso al Teatro dell’Opera di Roma. La loro portavoce ha spiegato in maniera semplice come i loro contratti non siano rinnovati da anni e come, nonostante le promesse, questo governo non abbia stanziato fondi necessari al mantenimento di un’istituzione, l’Opera, che rischia di non poter più produrre, acquistare dall’estero né garantire continuità ai suoi progetti. Si sono rivolti infine al pubblico, “voi, la comunità del teatro”, chiedendo agli spettatori di dare voce alla loro richiesta e sostenerla. Ho ricevuto numerose lettere non esattamente solidali, il cui senso è questo: i biglietti per l’Opera sono molto costosi, si tratta di spettacoli di élite riservati a chi può spendere, sono un lusso, la vera cultura popolare è quella alla portata di tutti: le canzonette, le serie tv, la tv. Non tocca a me ricordare che l’opera — che si chiama “opera” in tutte le lingue del mondo — è alla radice della cultura popolare italiana, la costituisce. Che il ‘recitar cantando’ è nato in questo Paese e che tuttora, come L’Inferno di Dante musicato da Lucia Ronchetti mostra in modo esemplare, è il giardino dei nostri migliori talenti. (“Inferno” è in scena ancora stasera e il 7 marzo, a Roma. Tommaso Ragno, monumentale, incarna Dante — l’autore di un best seller di discreto successo popolare). Vorrei invece dire dell’artigianato e del lavoro: delle decine di migliaia di persone invisibili che concorrono alla realizzazione di un ‘opus’, opera, un manufatto monumentale come ogni opera lirica è. Coro orchestra costumisti attrezzisti tecnici di luci e suono, direttori e assistenti di palco, curatori e dipendenti, maschere e addetti alla sicurezza che custodiscono una sapienza specifica, quella del teatro, fatta di decenni di esperienza, di studio, di pratica. Un patrimonio immenso di saperi che nessuna macchina può sostituire.
Inferno opera e cultura pop
Piccole istruzioni per chi pensa che questa sia musica d’élite







