C’è un momento in cui la contestazione di una nomina smette di diventare la solita manfrina fra governo e opposizioni — ci avete messo gli amici vostri, sì ma prima voi ci avevate messo i vostri — che, francamente, è noiosissima. Ciascuno, dove poteva, ha sempre messo i suoi, sinistre più o meno democristiane comprese.

Basta scorrere gli elenchi dei vertici di municipalizzate e teatri stabili, capi di uffici legislativi e stampa, la Rai è il meno, magistrature, circoli, istituti di cultura all’estero e aziende pubbliche in patria. Ai tempi di Berlusconi erano di Berlusconi, ai tempi di Renzi di Renzi, poi è arrivato Conte e ci son stati quelli di Conte.

Non vale nemmeno la litania della competenza perché sì, grosso modo qualcosina in materia meglio saperla ma nelle nomine dirette o su pressione diretta più della competenza ha sempre contato la fedeltà. La cognizione di essere oggetto di un beneficio (cognizione vivissima nei casi di beneficio platealmente immeritato) e dunque riconoscenti, grati a chi ti ha incredibilmente nominato.

Bibitari e vigili urbani, commesse di negozi di calzini e antennisti: dai ministri in giù nell’epoca dell’uno vale uno abbiamo visto e tollerato di tutto, per sfinimento e abitudine. Conosco anche le levate di scudi degli organismi sindacali che si mettono di traverso a una nomina quando sono stati esclusi dalle trattative durante le quali, come si sa, si ottiene sempre qualcosa in cambio del via libera.