La rappresaglia contro i Paesi del Golfo è forse la mossa più azzardata che ha intrapreso Teheran nell'attuale escalation.
"La sorpresa più grande", l'ha definita Donald Trump alla Cnn: "Avrebbero dovuto essere coinvolti molto poco, ma ora insistono per esserlo".
Il Consiglio del Golfo, che si è riunito domenica, si riserva l'opzione di rispondere agli attacchi "sconsiderati e indiscriminati" verso il loro suolo e infrastrutture.
Se l'obiettivo strategico dell'Iran era portare i Paesi arabi a premere su Washington per una de-escalation, o dimostrare che l'alleanza con gli Usa è pericolosa, l'effetto sembra rivelarsi opposto: ricompatta le alleanze, e sembra anche delineare la fine di quell'equilibrismo tra Teheran e Washington che ha caratterizzato a lungo le monarchie del Golfo. Una 'politica di hedging', come la definisce il professor Eli Podeh, che da tempo analizza le dinamiche segrete che hanno forgiato anche l'alleanza con Israele negli anni. Il leader saudita Mohammad bin Salman e l'emiratino Mohammed bin Zayed hanno ripreso a parlarsi dopo mesi, accantonando le divergenze su Yemen, Somaliland e Sudan. Il giornalista libanese Nadim Koteich osserva al New York Times che la scelta dell'Iran di "mirare ad aeroporti, hotel e porti del Golfo in via di modernizzazione significa colpire l'infrastruttura dell'apertura e dell'integrazione e, indirettamente, le fondamenta degli Accordi di Abramo. È il vecchio Medio Oriente che attacca il nuovo Medio Oriente".







