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2 MARZO 2026

Ultimo aggiornamento: 14:56

La guerra scatenata sabato da Stati Uniti e Israele contro l’Iran impatterà inevitabilmente sul mondiale di calcio 2026. Il torneo, il primo a 48 squadre, inizierà l’11 giugno con la partita Messico-Sudafrica allo stadio Azteca e in questi 101 giorni che precedono la manifestazione, la situazione potrebbe ulteriormente degenerare. Il Medio Oriente è in fiamme. La presenza di basi statunitensi e britanniche nell’area ha infatti trascinato altri paesi nel conflitto. Missili, bombe e morti stanno sconvolgendo anche il Libano e parlare di mondiale di calcio, ora, sembra persino surreale. L’Iran è ovviamente coinvolto in prima persona, ma la questione riguarda altre nazioni qualificate: Qatar, Arabia Saudita e Giordania, alle quali potrebbe aggiungersi l’Iraq, se dovesse conquistare l’accesso al torneo attraverso i playoff intercontinentali.

La FIFA, come riportato dal sito della BBC, ha dichiarato di “monitorare gli sviluppi” e gli alti funzionari “si aspettano la partecipazione dell’Iran”. La situazione sta però precipitando e l’ottimismo della federazione internazionale appare fuori dalla realtà. Il campionato iraniano, naturalmente, è stato sospeso. Il presidente della federazione, Mehdi Taj, ha preso tempo: “Con quello che sta accadendo, è improbabile che possiamo guardare alla Coppa del Mondo. In ogni caso, sono i responsabili dello sport che devono decidere in merito”. La logica dice che l’Iran presente al mondiale negli Stati Uniti, se il conflitto dovesse proseguire, non sia pensabile. Considerato che il presidente Usa Donald Trump ha firmato nel 2025 un ordine esecutivo che vieta l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di 12 paesi, tra cui l’Iran, “per gestire le minacce alla sicurezza”, l’assenza della nazionale di Teheran risolverebbe molti problemi. Anche il mondo del calcio statunitense sta mettendo becco sulla guerra in corso: Andrew Giuliani, capo della task force della Casa Bianca per la Coppa del Mondo, ha elogiato gli attacchi di Trump all’Iran, scrivendo sui social media che “avrebbero reso il mondo un posto sicuro”.