E ci risiamo. L’ordalia sanremese certifica l’ennesima spaccatura fra élite e massa, Ztl e periferie, intellettuali (ovviamente: di sinistra) e no, kasta e popolo. Perché ai radical chic della Sala Stampa dell’Ariston (oddìo, radical forse sì, proprio così chic forse no) questo Sal Da Vinci non è mai piaciuto. Basta andare a riprendere le pagelle del 27 gennaio, quando furono pubblicati a giornali unificati i voti alle canzoni. Per sempre sì fu quasi sempre no: 4 dal Corriere, 5 dal QN, idem dal Messaggero («Rita De Crescenzo è già in prima fila») e dal Secolo XIX, addirittura 3 dal Fatto quotidiano («Dance supertrash, coatta come le nozze con 300 invitati e il cetriolo nel piatto della sposa», ma a che matrimoni va, Travaglio?).

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Più possibilisti Repubblica, voto 6+ senza commento, Il Giornale, senza voto ma con commento, «pezzo furbo e indovinato», Il Mattino e Libero, entrambi 6. Pagella più alta da parte del nostro Luca Dondoni, 7: «Il ritornello è talmente accattivante da garantire il successo», infatti. A Festival effettivamente iniziato, su Da Vinci, ma il secondo, si è fatta per lo più dell’ironia: «Il grande amore da famiglia del Mulino bianco», «immarcescibile Italia formato Rai1 con le lancette bloccate (Rep., ieri), pur consapevoli che il brano era forse brutto ma certamente assai apprezzato, come dimostravamo le ovazioni del pubblico dell’Ariston, appena meno sofisticato di quello della curva del Maradona.