Si dice che nel quartier generale del partito Team Mirai, a Tokyo, ci sia uno schermo che proietta grafici e modelli predittivi sull'economia e la società del Giappone. È da lì che Takahiro Anno, ingegnere dell’intelligenza artificiale (AI) prestato alla politica, ha costruito la campagna che ha portato il suo partito, nato appena a maggio, a conquistare 11 seggi alla Camera bassa della Dieta (il parlamento giapponese) alle elezioni dell'8 febbraio. Un risultato clamoroso per una formazione senza storia e senza apparato, che pone al centro della sua piattaforma politica l'utilizzo dell'AI per costruire un nuovo Giappone.Sostituire la manodopera straniera con l'AIIn un Paese che si è spostato a destra, con la netta vittoria elettorale della premier conservatrice Sanae Takaichi e che è attraversato da una forte ondata di nazionalismo e ostilità nei confronti dei cittadini stranieri, Team Mirai sta facendo parlare di sé anche per una proposta audace: sostituire la dipendenza dalla manodopera straniera con un uso estensivo dell’AI.Nel programma del partito, l’AI è indicata come la leva centrale per trasformare la società giapponese, aumentare la produttività e compensare le carenze di manodopera senza ricorrere in modo massiccio all’immigrazione a basso salario. L’idea è quella di limitare l’afflusso di lavoratori poco qualificati, favorendo invece l’ingresso di talenti altamente specializzati e investendo parallelamente nell’automazione dei processi produttivi e amministrativi.Pechino vuole integrare lo sviluppo tecnologico in una strategia di investimento nel capitale umano per mansioni a maggiore valore aggiunto. È questa la direzione per governare la transizione e limitare i rischi socialiTakahiro Anno ha sostenuto pubblicamente che l’impatto dell’AI non si concentrerà tanto sui lavori manuali quanto sulle professioni da “colletti bianchi”, ovvero quelle basate sulla raccolta e sull’elaborazione di informazioni. Secondo la sua visione, le attività d’ufficio, l’analisi dei dati, la gestione documentale e molte funzioni amministrative sono ambiti in cui l’intelligenza artificiale può operare con grande efficacia, riducendo il fabbisogno complessivo di personale. In questa prospettiva, la sostituzione non riguarderebbe solo i lavoratori stranieri, ma l’intero mercato del lavoro, indipendentemente dalla nazionalità.Ridurre l'immigrazione senza chiudere le frontiereIl paradosso è evidente. Mentre il governo stringe le maglie dell’immigrazione in nome della sicurezza e dell’identità nazionale, un nuovo soggetto politico propone di affrontare la questione non tanto chiudendo le frontiere, quanto accelerando la trasformazione tecnologica. L’obiettivo finale, però, converge: ridurre la dipendenza strutturale da una forza lavoro straniera percepita come fonte di tensioni sociali.L'idea di Team Mirai nasce nel contesto di un Giappone alle prese con una cronica crisi demografica, invecchiamento accelerato della popolazione e carenza strutturale di manodopera. Negli scorsi mesi, nonostante una linea che fa l'occhiolino alla paranoia anti immigrati cavalcata da formazioni sovraniste come Sanseitō (a sua volta protagonista di una netta ascesa alle urne), il governo Takaichi ha approvato un piano che prevede l’arrivo di oltre 1,2 milioni di lavoratori stranieri entro marzo 2029, distribuiti in 19 settori alle prese con gravi carenze di personale. Il dato fotografa una realtà ineludibile: senza l’apporto della manodopera estera, l’economia giapponese fatica a sostenere i livelli produttivi. In particolare nella manifattura, nei servizi, nell’edilizia, nella ristorazione e nell’assistenza.La stretta del governo TakaichiEppure, mentre il fabbisogno di lavoratori stranieri aumenta, cresce anche il sentimento di diffidenza nei loro confronti. Dichiarazioni come quelle della ministra Kimi Onoda, che ha parlato di “ansia” e “senso di ingiustizia” generati da alcuni comportamenti di cittadini stranieri, hanno trovato ampia eco sui social network e nei media conservatori. Il lessico della sicurezza e dell’ordine pubblico ha progressivamente sostituito quello dell’integrazione e della gestione pragmatica dei flussi migratori.In questo clima, il governo Takaichi ha annunciato un pacchetto di misure volte a rafforzare i controlli sui residenti stranieri, a irrigidire i criteri per la naturalizzazione e a introdurre requisiti più stringenti anche sul piano fiscale e previdenziale. In arrivo un inasprimento delle regole su residenza permanente e cittadinanza, più una stretta sulle possibilità di acquistare terreni e immobili.Si interverrà anche sul sistema di ingresso dei lavoratori stranieri. Il controverso programma di tirocinio tecnico sarà sostituito da un nuovo meccanismo che, a partire dal 2027, richiederà il superamento della Japan foundation test for basic Japanese, una prova di lingua che misura le competenze comunicative di base. Si tratta di un cambiamento che, formalmente, punta a migliorare l’integrazione, ma che si inserisce in un quadro più ampio di selezione e restrizione.Il nodo dei centri di trattenimentoNonostante le costanti proteste delle organizzazioni non governative e delle associazioni attive nella tutela dei diritti umani, si allontana invece l’ipotesi di intervenire in modo strutturale sul sistema dei centri di trattenimento per stranieri irregolari. Ufficialmente queste strutture sono classificate come luoghi di custodia amministrativa per persone che hanno violato la normativa sull’immigrazione, per esempio oltrepassando la durata consentita del visto o non rinnovando il permesso di soggiorno.Di fatto, tuttavia, la loro organizzazione interna e il regime a cui sono sottoposti i trattenuti presentano molte analogie con quelli di un carcere. Gli stranieri privi di regolare status possono essere mantenuti nei centri fino all’esecuzione del rimpatrio o fino a una decisione definitiva sulla loro posizione. Un tempo che può essere anche molto lungo, vissuto in condizioni spesso tutt'altro che confortevoli.Quali sono i numeri della manodopera stranieraTornando alla proposta di Team Mirai e alla questione della manodopera, i numeri mostrano la complessità del problema. I lavoratori stranieri in Giappone superano i 2,5 milioni, distribuiti in oltre 371mila imprese. Circa 635mila sono impiegati nella manifattura, 340mila nel commercio all’ingrosso e al dettaglio, 392mila nei servizi e 320mila nel settore alberghiero e della ristorazione. Questi lavoratori svolgono spesso mansioni che la forza lavoro locale non è più in grado o non è più disposta a coprire, in un Paese dove il tasso di natalità è tra i più bassi al mondo e la popolazione attiva si restringe anno dopo anno.E quali sono i limiti dell'AIL’idea che l’intelligenza artificiale possa sostituire rapidamente questa massa di occupazioni appare, allo stato attuale, più come una visione strategica di lungo periodo che una soluzione immediata. I dati indicano che solo una minoranza dei lavoratori giapponesi utilizza l’AI sul posto di lavoro e che l’adozione è ancora limitata, soprattutto nelle piccole e medie imprese e nelle aree rurali. Eppure, la promessa di un Giappone iper-automatizzato, capace di mantenere crescita e competitività senza aprirsi in modo significativo all’immigrazione, intercetta sia l’orgoglio nazionale sia le paure identitarie. In questo senso, la proposta di Team Mirai rappresenta una declinazione tecnocratica del sovranismo: non un rifiuto della modernità, ma un suo utilizzo per preservare un’idea omogenea di comunità nazionale.