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Il 2025 è stata una buona annata per la produzione di olio in Italia: dai frantoi sono uscite circa 298mila tonnellate, un terzo in più rispetto all’anno scorso. Nel settore però non tutti sono contenti, perché negli ultimi mesi, proprio quelli della raccolta, il prezzo dell’olio extravergine è sceso molto. Secondo Coldiretti, la più grande tra le organizzazioni italiane di produttori, si deve alla concorrenza dell’olio che arriva dalla Tunisia, che è il secondo produttore mondiale dopo la Spagna. L’olio extravergine tunisino costa intorno ai 4 euro al chilo (è l’unità di misura adottata), meno della metà di quello italiano, e spesso si usa per mescolarlo a quello che si produce in Italia e poi si esporta.
È una pratica chiamata “perfezionamento attivo” ed è legale, non ci sono limiti al mescolamento ma è comunque controversa. La principale ragione per cui si usa è che negli ultimi anni in Italia la superficie coltivata a ulivo è scesa drasticamente, e l’olio italiano non basta a soddisfare i consumi interni e la domanda dall’estero, che invece sono costantemente cresciuti.
A guardare i dati ci si imbatte così in un apparente paradosso, perché l’Italia è al tempo stesso un paese che importa ed esporta parecchio olio. E ne consuma anche tanto, circa 440mila tonnellate all’anno. Nel 2024 ha importato 446mila tonnellate e ne ha esportate 344mila. Secondo Carlo Baccalini, analista per il settore agricolo della multinazionale di consulenza CBRE, sono i dati che spiegano meglio com’è cambiato questo settore negli ultimi anni: «Oggi è fatto da una quota consistente di trader», dice, cioè intermediari commerciali che secondo lui sono «confezionatori più che produttori. Acquistano olio dall’estero, lo mescolano a quello italiano e lo rivendono».








