PADOVA - Quando postava la foto del generale Adolphe Nshimirimana, defunto capo della polizia segreta del Burundi, lo omaggiava con grande enfasi: «L’eredità che lasceremo dietro di noi». Ma dietro di sé Guillaume Harushimana, operatore sociale burundese di origine e italiano di domicilio, teneva intanto un’ombra inquietante: aver collaborato con l’allora alto ufficiale al brutale assassinio di due suore venete e una consorella lombarda nel quartiere Kamenge di Bujumbura, fra il 7 e l’8 settembre 2014.

Il cold case è stato scongelato ieri dai carabinieri di Parma, arrestando il 50enne con l’accusa di omicidio plurimo aggravato dalla premeditazione, dall’efferatezza e dall’età delle vittime. Bernardetta Boggian, padovana di Ospedaletto Euganeo, aveva 79 anni; Olga Raschietti, vicentina di Montecchio Maggiore, ne aveva 83; Lucia Pulici, brianzola di Desio, 75. Tre missionarie uccise, secondo l’inchiesta della Procura, per un intreccio di moventi: politico, economico ed esoterico.

Di quell’orrore Harushimana è gravemente indiziato, stando all’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Tribunale, di essere stato l’istigatore, il co-organizzatore e il referente logistico. Insomma un traditore delle missionarie Saveriane, congregazione fondata a Parma, dove dopo il delitto il burundese aveva trovato lavoro come coordinatore dei progetti agroalimentari promossi dall’associazione Parmaalimenta, che nel 2022 l’aveva allontanato anche sull’onda dei sospetti riscontrati dalle indagini giornalistiche dell’emittente Radio Publique Africaine e della cronista Giusy Baioni. Ci sono volute però tre fasi investigative per arrivare alla svolta.