​VENEZIA - Ora che Guillaume Harushimana è in carcere in Italia, riparte in Burundi la mobilitazione per la liberazione di Christian Butoyi. Quest'ultimo è recluso da quasi 12 anni con l'accusa, mai accertata in giudizio, di essere l'assassino delle suore venete Bernardetta Boggian e Olga Raschietti e della consorella lombarda Lucia Pulici, trucidate fra il 7 e l'8 settembre 2014 per un intreccio di motivazioni politiche, economiche ed esoteriche, stando all'inchiesta coordinata dalla Procura di Parma. «Tre martiri», dice il presidente Alberto Stefani, a cui si associano i familiari delle vittime. «Ne sono convinto: Olga, Lucia e Bernardetta, martiri e sante, sono già nella gloria del Signore. Ritengo necessario e doveroso avviare dei processi affinché la loro santità possa essere riconosciuta e proclamata anche sulla terra, dagli uomini», afferma Michele Trivellato, marito della nipote della religiosa padovana.

Con l'arresto del presunto basista è stato ricostruito un quadro indiziario molto più complesso della semplicistica giustificazione «del folle di turno quale asserito responsabile del massacro», per citare il procuratore Alfonso D'Avino, secondo il quale «la sua perdurante detenzione da allora» dimostra che «i protagonisti della vicenda sarebbero tutti a vario titolo collegabili alla Polizia segreta», al punto da ottenere le protezioni necessarie a farla franca. Una vicenda di coperture e opacità che ricorda drammaticamente il caso di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, la giornalista e l'operatore del Tg3 ammazzati in Somalia nel 1994, per il quale Hashi Omar Hassan rimase detenuto 16 anni da innocente, dopodiché fu assolto, scarcerato, risarcito e ucciso. Si indigna Pacifique Nininahazwe, attivista burundese dei diritti umani: «L'arresto di Guillaume Harushimana ricorda che un uomo innocente, Christian Butoyi, affetto da disturbi mentali, è ancora in carcere e non è mai stato portato davanti a un giudice dal settembre 2014. È stato incastrato per un crimine di Stato commesso dai servizi segreti del Burundi». Da anni Nininahazwe ribadisce che nessuno, attorno alla parrocchia di Kamenge, ha mai creduto che il 33enne all’epoca avesse potuto ammazzare la padovana Boggian, la vicentina Raschietti e la brianzola Pulici, accampando come movente il rancore personale per il fatto che la missione fosse stata costruita sul terreno della sua famiglia: «Quando è stato arrestato, gli abitanti del villaggio sono rimasti sorpresi, perché lo conoscevano come un uomo malato ma innocuo».