C'è del marcio in Scandinavia, come in altrove in Europa e in giro per il mondo.

A farne salire l'olezzo è il moltiplicarsi delle rivelazioni sullo scandalo nato negli Stati Uniti attorno al profilo luciferino del defunto faccendiere pedofilo newyorchese Jeffrey Epstein. Uno scandalo che investe anche la Norvegia, e una certa immagine di supposto rigore luterano, arrivando a travolgere per ultimo Borge Brende, presidente e ceo del World Economic Forum di Davos, 'salotto buono' per antonomasia della finanza globale e del potere occidentale. L'ex ministro conservatore di Oslo è stato costretto a dimettersi dopo essere stato messo sotto inchiesta per i rapporti intrattenuti a suo tempo con Epstein: una girandola di cene ("di lavoro", a sentir lui) e scambi di messaggi e di dritte andato avanti per anni.

Legami da chiarire, alla buon'ora. E che si aggiungono a quelli già emersi a carico di altre figure pubbliche norvegesi di spicco: dalla principessa Mette-Marit, erede al trono dell'89enne re Harald, appena rientrato in patria dopo un ricovero in clinica per un'infezione a Tenerife, la quale per ora se l'è cavata con una dichiarazione di scuse al Paese; al 75enne ex premier laburista (ed ex segretario generale del Consiglio d'Europa) Thorbjorn Jagland, incriminato in patria per corruzione, alla luce degli stretti rapporti d'un tempo con l'amico Jeffrey, e finito poi d'urgenza in ospedale per un "malore" dietro il quale, stando a qualche ricostruzione non ufficiale a tinte gialle rilanciata dai tabloid britannici, potrebbe celarsi "un tentativo di suicidio".